UN LEADER PUO’ COMANDARE?

La domanda mi è stata posta, sottintendendo un forte dubbio e propensione alla negazione, in una situazione in azienda ove l’imprenditore, per “educazione e rispetto”, non se la sente di dare ordini, pur riconoscendone ormai la necessità impellente; così, discorrendone con il suo direttore, questi me l’ha proprio chiesto.

Il verbo “comandare” solleva l’epidermide ai puristi della leadership, l’ho sperimentato in corsi di formazione e sessioni di coaching: si, perché sembra che il leader carismatico non abbia la necessità di farlo e, se lo fa (apriti cielo!), allora non è un leader.

Non sono d’accordo, per niente, e provo a fare un po’ di chiarezza.

Innanzi tutto penso che siano termini diversamente collocati nel tempo: comandare è un’azione specifica mentre la leadership è uno stato riconosciuto ad una persona; conseguentemente, non possono essere confrontati. Allora è più appropriato porre la questione in altri termini: il “comando” può essere annoverato tra le azioni di un leader? E, nel caso, con quali modalità esercitarlo? E quando davvero serve?

Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/comandare/) ci indica come significato “Ordinare, imporre di fare una cosa, dirigere, governare, imporre determinate prestazioni”; implica dunque che ci sia qualcuno in una posizione che consente di far fare qualcosa a qualcun altro che, per la sua stessa posizione , è tenuto ad eseguire l’azione. Immediatamente il pensiero corre alle organizzazioni militari, ove si riceve l’ordine sull’attenti e si corre ad eseguire, oppure anche ad organizzazioni piramidali dove l’ordine da eseguire collega simultaneamente due diverse posizioni, una alla quale è “consentito” ed una alla quale “corre obbligo”.

Ma ciò è coerente e raccomandato dal pensiero corrente sulla leadership?
No, oggi ci si richiama  ad altre forme verbali: guidare, valorizzare, ascoltare, facilitare, fare squadra, comunicare in modo persuasivo; e ci si riferisce a diversi stili di leadership: coaching, facilitatore, delegante, gentile.

Tutto vero e condiviso, indubbiamente.

Ma allora sembra proprio che “comandare” stoni davvero.

Non credo, anzi.

Se ci soffermiamo sull’assertività, quale caratteristica propria del leader, si intravede il percorso per comprendere che il comando, invece, può essere coerente alla leadership.
Essere assertivi è il comportamento proprio di chi ritiene di essere libero ed afferma se stesso con responsabilità e consapevolezza, in un equilibrio dinamico tra la passività e l’aggressività, sapendo di non avere sempre ragione e nemmeno torto.

Fiducia in se stessi, autostima ed affermazione della propria identità convivono infatti in un equilibrio ove, se è vero che la consapevolezza di sé spinge a non cercare l’approvazione di altri, si fanno comunque i conti con le altre caratteristiche di interazione: pro-attività, comprensione e responsabilità.

Essere responsabili significa anche essere consapevoli delle conseguenze delle proprie decisioni, scegliendo di volta in volta la risposta più appropriata alla situazione contingente: proprio in questo ambito trovo lo spunto per dire che l’azione di comando può essere esercitata senza che questo risulti in contrasto alla leadership stessa. Il leader compiuto ha anche una cosiddetta visione sistemica e come tale può avere la necessità, al termine di un processo decisionale condiviso, di determinare il cambiamento repentino di una situazione anche con un comando.

Dunque,  tralasciando  gli ambienti militari ove ancor più leadership e azione di comando hanno necessità di incontrarsi, vorrei concludere con un’affermazione che potrebbe risultare forte per il mondo aziendale: è proprio il leader compiuto e riconosciuto che può permettersi di impartire un’ordine! 

E quando ciò accade, viene inevitabilmente riconosciuto necessario anche dall’ambiente e dal team e tutti sono consci del fatto che viene impartito proprio a tutela degli stessi, in modo che dinamiche e sincronismi abbiano il compimento necessario per il successo comune.

In presenza di un leader evoluto non possono che esserci un team ed un ambiente egualmente evoluti: il comando risulta dunque essere un atto riconosciuto necessario da tutti,  quindi discende in modo ecologico senza divenire interferenza.

La difficoltà ad accettare l’azione di comando risiede  allora nell’immaturità comune del leader e del team, ove sono incompiute l’assertività del primo e l’accettazione della leadership del secondo.

Spesso le situazioni richiedono decisioni rapide ed efficaci e non sempre ci sono modi e tempi per condividere e sviluppare le dinamiche necessarie per avere eguale risultato bypassando l’emissione di un ordine: in azienda a volte vedo che piuttosto che comandare si lascia correre e si perdono i tempi corretti, con ciò che ne deriva.

Comandare non è semplice, ma non comandare potrebbe essere deleterio!

Dunque, parafrasando il celebre detto “qualunque decisione è una buona decisione” (piuttosto che non decidere) direi “qualunque ordine è meglio del disordine!”

Se questo dovesse risultare una forzatura, per il “comandante” e/o per i “comandati”, sarebbe un ottimo punto di partenza per approcciare il percorso verso la maturità ambientale: cominciare da un de-briefing schietto a seguito del comando, aperto al pensiero critico con compiute interazioni, sarebbe il primo passo costruttivo.

#leadership #coaching #assertività

di Luca Maria Gallotti
18 Settembre 2023